19 Giugno Giornata Internazionale dell’Eroismo

del Prigioniero Rivoluzionario

 

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Il 19 Giugno è ricordata come la giornata Internazionale del Rivoluzionario Prigioniero, in memoria degli oltre 300 carcerati del Partito Comunista del Perù, massacrati nelle carceri del Perù dall’esercito del Presidente Alan Garcia, il 19 Giugno 1986. Questa giornata è stata adottata dal Movimento Comunista Internazionale per ricordare tutti i compagni morti nelle carceri degli stati borghesi repressivi ed è dedicata a tutti i compagni che, ingiustamente incarcerati, ancora resistono, nelle carceri di tutto il mondo, in nome di una idea di giustizia sociale, per un mondo migliore, in nome del comunismo. Ricordiamo quei dolorosi fatti con la testimonianza fatta, un mese dopo, al quotidiano di Lima, La República, da José Mejia Huerta, senderista carcerato nel carcere dell’isola El Fronton, che, il 19 Giugno del 1986, aveva 25 anni e che fu uno dei pochissimi sopravvissuti al massacro: “Dopo i bombardamenti aerei siamo rimasti vivi solo una settantina. Al Primo Piano eravamo circa 40 sopravvissuti e un’altra trentina erano al Secondo Piano del Padiglione Azzurro. Io e altri siamo usciti con i feriti e i tre agenti nostri ostaggi ancora vivi. I soldati della Marina ci hanno spinto lungo la spiaggia e ci hanno rinchiuso in un braccio dove solitamente sono rinchiusi i criminali comuni, chiamato “la gelata”. Ci hanno umiliato e poi hanno iniziato a portarci via, cinque alla volta, per fucilarci nel cortile principale del carcere. Dieci o quindici soldati, armati di mitragliette Fal, stavano appostati, pronti a sparare sui piccoli gruppi di carcerati. I prigionieri prima di morire sotto le raffiche delle mitragliatrici, cantavano canzoni comuniste e di lotta e inneggiavano alla rivoluzione peruviana. Io fui colpito, ma nonostante avessi una decina di pallottole in corpo, non ho avuto il colpo di grazia alla nuca come hanno subito gli altri. Poi i soldati hanno scavato una fossa e mi ci hanno buttato insieme agli altri miei compagni fucilati e ci hanno gettato una granata. Alla fine delle fucilazioni hanno dinamitato il Secondo Piano del Padiglione Azzurro, che si trovava proprio in prossimità della fossa dei fucilati. Io sono rimasto due giorni sotto le macerie, ma con grande sforzo, alla fine, sono riuscito ad uscirne e a mettermi in salvo”. Ricordiamo che, due giorni prima di questi tragici fatti, il 17 Giugno 1986, l’allora Presidente del Perù, Alan Garcia, al vertice della popolarità, apriva i lavori del Congresso dell’Internazionale Socialista, che per la prima volta si svolgeva in America Latina, e riceveva nel suo Palazzo Presidenziale le varie delegazioni straniere, tra cui l’ex cancelliere della Repubblica Federale di Germania, Willy Brandt. Il Presidente peruviano cercava allora di ottenere appoggi internazionali alla sua linea politica che si rifiutava categoricamente di pagare i debiti al primo mondo. Il Congresso doveva iniziare il 18 Giugno del 1986, ma all’alba di quel giorno, nelle tre principali prigioni di Lima (a Lurigancho, a El Fronton, e nel carecere femminile di Santa Barbara) scoppiano delle rivolte dei prigionieri politici senderisti, che catturano come ostaggi degli agenti di custodia.   Il Consiglio dei Ministri, presieduto dal Presidente Garcia, dà il compito di reprimere le rivolte al Comando Congiunto delle Forze Armate. Alle 8 di sera del 18 Giugno la Guardia Repubblicana del Perù attacca il carcere femminile di Santa Barbara e, dopo 2 ore di scontri, le forze dell’ordine piegano la rivolta, liberano gli ostaggi. Negli scontri muoiono due carcerate senderiste. Tre ore più tardi, la stessa Guardia Repubblicana attacca i rivoltosi del carcere di San Pedro in Lurigancho, con l’utilizzo di dinamite e bombe a mano. Dopo un breve scontro, i carcerati senderisti si arrendono. Secondo le testimonianze, rilasciate alcuni giorni dopo dall’unico ostaggio salvatosi, quando fu liberato tutti i suoi sequestratori erano vivi e vegeti, invece le autorità politiche che furono autorizzate ad entrare nel carcere la mattina del 19 Giugno 1986, constatarono il decesso di 124 carcerati senderisti. Erano stati tutti assassinati con un colpo alla nuca, dopo che si erano arresi. Il carcere sull’isola di San Juan Bautista, sull’isola El Fronton, al largo di Lima, fu bombardato ripetutamente da aerei dell’esercito peruviano e, alle ore 14,00 del 18 Giugno, la fanteria della Marina Militare entrò nel carcere. Solo dopo alcune settimane si verrà a sapere che nel carcere di El Fronton erano morti 135 prigionieri senderisti, 1 ostaggio e 3 soldati della Marina. Il Presidente Alan Garcia, inizialmente, cercò di minimizzare ciò che era avvenuto. Di fronte all’eco della stampa internazionale e alle proteste di avvocati e parenti delle vittime, che denunciarono sin da subito gli eccessi delle forze repressive, accusò alla stampa i comandi delle forze dell’esercito peruviano e dichiarò solennemente “O se ne vanno via loro, o me ne vado io!”, scaricando l’intera responsabilità dell’accaduto sul Comando delle Forze Congiunte dell’Esercito Peruviano. L’indagine giudiziaria non è mai approdata a nulla. L’inchiesta parlamentare, nel 1990, giungerà ad accusare proprio il Presidente Alan Garcia di essere l’unico e vero mandante dei tre massacri nelle tre carceri di Lima. L’ordine di portare a termine l’operazione e il tentativo di coprire i crimini una volta scoperti, portano tutti la firma del Presidente. Avrebbe lanciato il sasso e nascosto abilmente la mano, davanti alla stampa e all’opinione pubblica si spacciava come un strenuo difensore dei diritti umani, in privato si felicitava con i capi militari per aver riportato l’ordine nelle carceri. Al Congresso Peruviano l’accusa contro Garcia non passò per una manciata di voti. Quella notte, secondo il giornalista peruviano Simon Strong, esperto di questioni senderiste, “si consumarono 40 bottiglie di whisky, quando il Presidente Alan Garcia aprì completamente le porte della sua dimora presidenziale per una esaltante festa”. La strage, del resto, era stata ampiamente annunciata. Nell’ottobre 1985 a Lurigancho era stati assassinati a sangue freddo, forse nel sonno, ben 30 senderisti. Diaz Martinez, uno dei fondatori di Sendero Luminoso, detenuto in quel carcere e ucciso l’anno seguente nello stesso carcere, denunciò in tribunale quel massacro e affermò che i cadaveri erano stati bruciati per farli sparire per sempre. Martinez denunciò che lo stato stava preparando qualcosa per disfarsi egualmente dei prigionieri politici senderisti. Non fu aperta neppure un'inchiesta e le denunce di avvocati e parenti caddero nel vuoto. Ecco ciò che andiamo ricordando in questa giornata, alla memoria di quei circa trecento prigionieri politici peruviani, donne e uomini in carne ed ossa, che avevano messo in gioco le proprie vite per un mondo migliore, senza ingiustizie, per dire no alla repressione e allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

(parte delle notizie e del testo sono stati ripresi dal libro di Giuliano Naria “Sendero Luminoso”, Napoli, 1994, pag.84)